Mission


MISSION
  • valorizzazione del patrimonio archeologico e monumentale attraverso lo spettacolo dal vivo, in quanto momento di crescita, incontro, riflessione e dialogo delle cittadinanze riunite.
  • “fare rete” quale strumento per un paesaggio culturale diffuso incentrato su una visione policentrica, attraverso la salvaguardia, la promozione e il sostegno alle identità culturali.
  • progetto per lo sviluppo sostenibile, sociale-culturale ed economico, delle comunità coinvolte. 
  •  spazi e residenze per la creazione artistica di innovazione e di eccellenza.


    I TEATRI DI PIETRA
    ( presentazione del documentario per Premio Gestione Cultura )
      
    I teatri di pietra sorgono accanto ad antiche città, a cui spesso si sono sovrapposte le nuove. A lato della materiale vita urbana c’era il luogo della rappresentazione, cioè la vita ideale, immaginativa, ma anche la discussione critica della vita materiale. Le città per cui questi spazi nacquero sono scomparse, “morte” – come dannunzianamente può dirsi –; ma i teatri rivivono e le funzioni, ideali e/o critiche, possono riconnettersi alle città attuali,ovvero alla società contemporanea, locale (in rapporto ai siti) ma non solo.

    Ampia è la gamma di situazioni ambientali che i teatri di pietra presentano. In uno dei più splendidi, quello siciliano di Selinunte, assistiamo per esempio a una crescita, sulla geometria pura delle costruzioni greche, di una vitale confusione urbanistica, con le casupole dei Punici e degli autoctoni. Ogni genere di migranti o invasori è passato per questi luoghi, fino ai nostri tempi, con una varietà di lingue e dialetti di cui le pietre dei teatri si sono impregnate (come pure dei lunghi silenzi della devastazione e dell’abbandono). Nell’anfiteatro della laziale Sutri, di contro, la pietra è preesistente alla costruzione: vale a dire che questa ha scavato il teatro nella roccia rossa, un po’ come Michelangelo toglieva il marmo per trovarvi dentro le sue statue...

    Istruttivamente paradossale la situazione di Cassino: la vera città non esiste più, distrutta dalle bombe della seconda guerra mondiale; ma rivive il suo antico teatro di pietra, addirittura riattato per 2500 posti.

    L’estensione dell’antico e insieme presente collegamento teatro-città investe – nel progetto “Theatrum theatron-Teatri di pietra” – un ambito storico omogeneo, quello della Magnagrecia, di incrocio culturale greco e italico, a cui si sovrappose il dominio di Roma: sovrapposizione “giudiziosa”, cioè armonica, nel quadro di quanto si definisce civiltà greco-romana (si consideri l’acquisizione di questo criterio, accanto a quello di civiltà ebraico-cristiana, per la stessa definizione costituzionale dell’Europa unita).

    La rovina dei teatri ne ha scoperto la struttura. Le colonne, dove ci sono, non reggono più niente, da elemento portante si riducono a pura verticalità. Messa a nudo è soprattutto la pietra come base. Venuti meno i preziosi marmi policromi, rimangono i blocchi di pietra, il residuo nucleico che è, insieme, esponenza inerte del regno minerale e fattore culturale per eccellenza, cioè costruttivo, architettonico. L’estetica ottocentesca delle rovine – in cui rientravano i depredati, franati teatri di pietra – era, ancora in temperie romantica, il preludio del decadentismo. L’uso intelligentemente attuale di questi teatri è invece indizio di un legame antidecadente, propulsivo, tra mondo antico e presente. La pietra dà echi alla parola del testo, che vi batte contro e si irradia di rimbalzo (tecnicamente parlando, l’acustica di questi teatri è ben diversa che in quelli ordinari). Così avviene per l’immagine del corpo dell'attore – tanto più nel moto danzato e stilizzato di certi spettacoli – che si prova, si saggia sulla solidità basilare del passato di pietra e ottiene, appunto, un prezioso rimbalzo nel presente, una rifrangenza di attualità non contingente,manierata, ma sostanziata dal tempo e dalla storia.

    Un’eco intrinseca, dunque, che va incontro come un'onda a un pubblico sensibilizzato, da parte sua, da sedi così antiche, dallo stesso posare su pietre dove generazioni di corpi, nei secoli, hanno provato emozioni e formulato idee. La materia di pietra esibisce la sua porosità emozionale, la sua espansività comunicativa.

    Gli spettacoli odierni, insomma, fanno qualcosa di simile al mitico canto di Orfeo: sciolgono le pietre.

    Attorno o vicino ai teatri di pietra si trovano i resti – talvolta ben conservati, nonostante saccheggi, terremoti, bombardamenti – di luoghi pubblici come santuari, piazze del foro, terme; oppure segreti come criptoportici, ipogei di culti orientali, dedicati magari al sole ma gestiti nell’ombra. Ebbene, la prossimità del teatro di pietra ai luoghi pubblici ed esoterici formula le due caratteristiche genetiche della rappresentazione teatrale in occidente (cioè a partire dalla Grecia e, appunto, dalla Magnagrecia): l’origine dal sacrificio del capro, dal versamento del sangue – nel fondo dei sentimenti più privati dell’individuo – e insieme la manifestazione civile, la ratifica collettiva delle opzioni e dei limiti del gruppo, della città, della nazione. Tali due aspetti – l’intimo individuale e quello pubblico-sociale –, oscurati nei teatri odierni, rivivono nei teatri di pietra il loro raccordo con l’evidenza di un corto circuito, in un brivido illuminante impresso agli spettacoli che al loro interno, oggi, si organizzano. Chi assiste alla rappresentazione nei teatri di pietra è preso tra i poli dell’esperienza personale più profonda e della condivisione collettiva. Si può sostenere che riemergano alla luce – naturale o nella suggestione scenografica dei riflettori – le accezioni più proprie, storicamente e miticamente motivate, di parole come “spettatore” e “pubblico”, il cui senso originario si è alquanto sperso nelle sedi moderne (da quelle pur preziose del rinascimento e barocco fino alle moderne o postmoderne).

    La riduzione all’essenza dello spettacolo, che nei teatri di pietra si attua, trova un altro punto di base nella perfetta congruenza fra teatro e spazio circostante. Al di là di alcune strutture funzionali sul palco, la scena è naturale. Costituita cioè dai primari elementi dell’ambiente umano: il mare, così spesso previsto come fondale dell’azione e della parola – quasi una loro verifica su un dato maternamente generativo, oltre che di esplorazione e avventura –, e poi la collina o il monte, una corona di alberi.

    Ma soprattutto il cielo, nelle variazioni diurne o colmo di stelle.

    Per cui, accostabile al raccordo classico di cui dicevamo, tra individuale e sociale, c’è l’altro binomio, kantiano, fondativo della moderna filosofia etica – “il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” – che il singolo spettatore e il complesso del pubblico avverte nella flagranza che solo la pietra di questi teatri sa offrire.
    Maurizio De Benedictis 
    insegna alla facoltà di “Lettere e filosofia” (La Sapienza, Roma).




    Il progetto di rete culturale
    dei Teatri di Pietra 

    ( dalla presentazione del progetto ad ARCUS spa)

     
    Il patrimonio archeologico del nostro Paese si distingue sia per la quantità dei ritrovamenti che per la monumentalità degli stessi tant'è che nell'immaginario turistico-culturale internazionale, l'Italia viene associata al paesaggio archeologico /rurale, come quello raccontato in" Viaggio in Italia", in cui storia, natura, tradizioni e contemporaneità sussistono in una unicità armonica. A questa "visione" contribuisce in maniera fondamentale l'immagine del teatro greco-romano. La cavea e i gradoni di Taormina, Pompei, Verona e Siracusa come le arcate del Colosseo di Roma sono stati riprodotti, citati e interpretati da una schiera infinita di disegnatori, pittori, fotografi tanto da far immaginare che in ogni città o campagna della penisola italica sia possibile trovare, tra chiese barocche e ulivi, i resti di una straordinaria architettura teatrale ancora da portare alla luce.

    Oltre la visione romantica,in parte c'è del vero. Già scorrendo la ricerca /censimento "Memoria del teatro",curato da Paola Ciancio Rossetto e Giuseppina Pisani Sartorio e diretto da Maurizio Scaparro, ci si accorge di un'infinità di "teatri minori" dislocati nel centro Sud e in cui minore sta per poco conosciuto ed estraneo ai percorsi dei tour operator .
    Valga per tutti l'esempio dell'Anfiteatro Campano, secondo solo al Colosseo e a pochi chilometri dalla Reggia di Caserta – meta privilegiata di turismo di massa, l'anfiteatro di Spartacus.... eppure minore.

    I teatri antichi e le grandi aree archeologiche , sono l'argomento del nostro progetto : oltre ad essere uno degli aspetti peculiari del paesaggio e della storia del nostro Paese, rappresentano una grande opportunità di studio e laboratorio per la valorizzazione e al riuso del patrimonio, la sede naturale per il teatro e lo spettacolo dal vivo.

    Collocati in area urbana o comprensoriale, sono architetture e spazi creati per l'incontro delle comunità, edifici che ancora oggi possono svolgere la funzione antica di centro della vita artistica, sociale e culturale della cittadinanza.
    Oggi anche luogo della memoria, testimonianza e pungolo per una rinnovata coscienza dell'uomo contemporaneo.

    Così il regista Maurizio Scaparro in un'intervista: mentre provavo "Le memorie di Adriano" , i miei collaboratori ed io restavamo colpiti dal particolare significato che assumevano i temi dell'amore e della morte entro lo spazio notturno di Villa Adriana. S'avvertiva un'atmosfera sospesa, un'indimenticabile serenità, una profonda armonia: lì accanto c'era un teatro greco, ricoperto di erbacce e lasciato da troppo tempo nell'indifferenza più totale. Eppure avevamo la sensazione di calpestare le orme di uomini antichi, che inseguivano l'utopia di una città ideale, di un luogo in cui l'arte, lo spettacolo, i pensieri si mescolassero agli aspetti della vita quotidiana" ......

    Il numero degli spazi restaurati e in via di restauro, è aumentato notevolmente: molti di essi sono tornati, anche se per una stagione, alla loro vocazione originaria ospitando spettacoli e spettatori.

    Ma se da una parte va segnalata una crescente attenzione al patrimonio storico e archeologico, al turismo culturale così come la tendenza per una ricerca delle "tipicità", dall'altra si rileva la necessità di un progetto organico , intercomunale e interregionale, che coniughi le esigenze di tutela con quelli di promozione, che superi gli ambiti locali per restituire il carattere unitario a quelle vestigia di cultura e civiltà fondanti l'identità del nostro Paese.

    Se la novità di quest'ultimi anni è il proliferare di attività ( grazie anche e sopratutto al sostegno della Comunità Europea) è pur vero che le iniziative sembrano adombrare l'oggetto stesso dell'intervento di promozione sottraendolo a quella specificità che gli dovrebbe essere riconosciuta, qualcosa di più grande e sensibile che non lo sfruttamento di un’area pubblica .

    I Teatri Antichi costituiscono una chiave di lettura preziosa, un'opportunità unica per il Centro Sud del Paese, una dorsale di cultura ed emozione che se salvaguardata può moltiplicare il suo investimento nella ricerca, nello spettacolo, nelle arti ma anche nello sviluppo sostenibile del paesaggio e dei centri storici, nella ricerca di qualità della vita.

    Da queste riflessioni si è sviluppato il progetto Teatri di Pietra che ha come obiettivo la creazione della Rete dei Teatri Antichi finalizzata al riuso contemporaneo delle aree archeologiche per lo spettacolo, la sperimentazione e lo studio di "modelli di riuso e gestione innovativa" , nelle più ampia prospettiva dello sviluppo sostenibile delle comunità e dei territori.

    Sicuramente la Rete rappresenta uno strumento in grado di dialogare con territori e regioni altri, europei innanzitutto e del Mediterraneo, in grado di superare le diversità nella gestione del patrimonio.
    D'altro canto solo attraverso un'azione unitaria si può immaginare di raccogliere la grande eredità del teatro antico per trasformarlo in un'idea/forza che contribuisca al rilancio di un’idea culturale che riaffermi l’identità e la centralità del Centro Sud e del Mediterraneo.
    Aurelio Gatti
    direttore artistico